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	<title>Carlo Donati Studio</title>
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		<title>La 25sima ora di Seymour Hoffman</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2015 11:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[Brooklyn, festa d&#8217;addio in discoteca per Monty. Ultima notte di libertà con gli amici di sempre prima dei sette anni di carcere. Il professor Jacob, Philip Seymour Hoffman, sprofondato nei divani verdi davanti a Mary, la studentessa di cui è]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Brooklyn, festa d&#8217;addio in discoteca per Monty. Ultima notte di libertà con gli amici di sempre prima dei sette anni di carcere.<br />
Il professor Jacob, Philip Seymour Hoffman, sprofondato nei divani verdi davanti a Mary, la studentessa di cui è segretamente innamorato, decide che non può più aspettare, è arrivato il momento. La raggiunge in bagno, come in trance. Entra la guarda, la bacia. Lei come paralizzata non reagisce. Lui non regge la tensione, esce. Secondi interminabili, il tempo si ferma, le immagini di Jacob scorrono rallentate sotto il ritmo incessante del basso. Nel suo sguardo vacuo si legge l&#8217;angoscia, il senso di colpa, l&#8217;inadeguatezza, la paura. C&#8217;è già il rimpianto per aver provato a varcare i confini del lecito.<br />
In un solo fotogramma de &#8220;la 25esima ora&#8221; di Spike Lee l&#8217;espressione perduta di PSH ci racconta un grande attore, l&#8217;attore che certamente ho amato di più in questi ultimi anni.<br />
Straordinaria spalla non protagonista imprigionato nella sua fisicità ingombrante, imbarazzato e inadeguato quando non addirittura disgustoso e ripugnante come in &#8220;Happiness&#8221; o in &#8220;Onora il padre e la madre&#8221;. Perdente in &#8220;Synecdoche New York&#8221;.<br />
Eppure sempre capace di portarci dalla sua parte, farci provare affetto e solidarietà.</p>
<p>Nel bellissimo film di Spike Lee che per la prima volta ritrae la New York lacerata del post 11 settembre, rimangono per me memorabili due sequenze.<br />
Il fuck monologue in cui l&#8217;acredine vomitata da Monty davanti allo specchio mi è sempre suonata paradossalmente come una dichiarazione d&#8217;amore sconfinato per New York e la sua gente. E il viaggio immaginario con il padre che guida compassionevole il figlio attraverso un futuro impossibile, una fuga disperata sulle note di Terence Blanchard verso una vita che non potrà più essere.<br />
Ma è ancora una volta straordinaria l&#8217;interpretazione di Seymour Hoffman. In disparte, fragile e perdente, sopraffatto dalla vita.<br />
Quando è stata annunciata la sua morte per overdose ho sentito come un vuoto lasciato da una persona vicina e ho pensato al patrimonio di personaggi e interpretazioni che il suo suicidio ci ha sottratto. Che peccato.</p>
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		<title>Moira</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2015 15:25:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[Moira degli elefanti, eye-liner, turbante e viso di porcellana. &#8220;Guarda una bambola gigante!&#8221; esclama un bambino al circo guardandola sbalordito. Moira ride divertita. Schiettezza romagnola e animo gipsy. Risata contagiosa e fisicità esuberante, da far perdere la testa a Fellini.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Moira degli elefanti, eye-liner, turbante e viso di porcellana.<br />
&#8220;Guarda una bambola gigante!&#8221; esclama un bambino al circo guardandola sbalordito.<br />
Moira ride divertita.<br />
Schiettezza romagnola e animo gipsy.<br />
Risata contagiosa e fisicità esuberante, da far perdere la testa a Fellini.<br />
Il trisnonno Orfei, un monsignore montenegrino che battezza bambini zingari, molla la vocazione per amore di una gitana e con un orso e quattro cani dá inizio alla dinastia circense.<br />
Da sempre Moira e&#8217; sotto i riflettori. 50 film, dai peplum con Ursus e Maciste passando per i film d&#8217;autore di Pietro Germi e Dino Risi fino alle infinite serate sotto il tendone. &#8220;Rispetto al cinema il circo e&#8217; un&#8217;altra cosa, lí bisogna studiare davvero.&#8221;<br />
In compagnia dei suoi elefanti. &#8220;Li adoro , li puoi ammaestrare e non ti tradiscono mai. Mica come gli uomini&#8221;<br />
Potente icona gay, le donne la guardano con sospetto e la temono, gli uomini invece&#8230;&#8221;pensano solo a quello&#8221;.</p>
<p>E si voltano a guardarla al bar Zucca a Milano mentre entra in Galleria nel celeberrimo scatto di Mario De Biasi del &#8217;54.</p>
<p>Inconfondibile matassa di capelli nero china avvoltolati sul capo, Miranda è per tutti Mora fino a quando Dino De Laurentiis le appioppa il nome esotico Moira, un brand che ha fermato il tempo.<br />
Moira è inossidabile, come &#8220;orfeizzata&#8221; nel suo unico sorriso fiabesco, pelle cipria, spirale corvina, sopracciglia dipinte.<br />
Moira è come una bambola senza tempo e vive in una casa da bambola, uno smisurato caravan funky tra specchi dorati e pareti in seta rosa, immagini di Padre Pio, gente che via e che viene.<br />
E Moira sempre lì dentro, sempre identica, come una statua, come un poster, immobile ed eterna ci sorride rassicurante.</p>
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		<title>Xmas Balls</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 11:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione è piuttosto delicata e va trattata con la dovuta cautela e attenzione. Come va allestito l&#8217;albero di Natale? E dopo quanto tempo va smantellato? L&#8217;albero tradizionale, il più diffuso, prevede decorazioni e palline sui toni prevalenti del rosso]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>La questione è piuttosto delicata e va trattata con la dovuta cautela e attenzione.</p>
<p>Come va allestito l&#8217;albero di Natale? E dopo quanto tempo va smantellato?</p>
<p>L&#8217;albero tradizionale, il più diffuso, prevede decorazioni e palline sui toni prevalenti del <span id="more-1543"></span>rosso (espressione di lusso e celebrazione) e dell&#8217;oro (sacralità, regalità). Stiamo parlando del &#8220;conservative-traditional tree&#8221;.</p>
<p>L&#8217;ultima tendenza in materia è il total white che propone l&#8217;impiego di addobbi in tonalità e materiali naturali: bianco, crema, legno. È l&#8217;inconfondibile &#8220;new age-chic tree&#8221;, con lucine rigorosamente bianche.</p>
<p>Una corrente di pensiero di nicchia (&#8220;alternative-indie tree&#8221;) preferisce l&#8217;albero monocromatico in tonalità unexpected: blu elettrico o pink fluo.</p>
<p>Su un tema così complesso e scivoloso, dopo interminabili riflessioni e confronti anche aspri con altri intellettuali, sono giunto alla conclusione che l&#8217;alberello doc deve essere allestito attraverso un mix calibrato di elementi decorativi che facciano riferimento all&#8217;iconografia grafica anni &#8217;50.</p>
<p>Più precisamente le palline da utilizzare sono classificabili in tre categorie madri:</p>
<p>-       &#8220;frozen balls&#8221; o palla ghiacciata: la pallina è caratterizzata da un effetto colatura di neve dall&#8217;alto. Come zucchero in rilievo a formare punte sfalsate.</p>
<p>-       &#8220;graphic balls&#8221;: sulle palline sono dipinte a mano linee sottili che si incrociano dal tratto tipicamente Fifty.</p>
<p>-       &#8220;crater balls&#8221;: la palla a cratere ha una superficie concava in cui lo sfondato e&#8217; cromato in contrasto con il guscio esterno. Il fondo del cratere e&#8217; rosso. Una variante del cratere prevede una seconda sfera sospesa come un satellite nella concavità.</p>
<p>Per quanto riguarda la tempistica dell&#8217;allestimento, nel libro &#8220;The city out of my window&#8221; Matteo Pericoli racconta di essere andato a trovare David Byrne nella sua casa di Chelsea a New York. Siamo in maggio inoltrato. David apre la porta in tenuta da calcio della nazionale scozzese con alberello di Natale perfettamente allestito e illuminato. Un maestro David. Ho subito pensato: sono in ottima compagnia.</p>
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		<title>Outlet Village</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2014 15:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli outlet village, fenomeno di grande successo e in costante espansione, stanno modificando il paesaggio e le abitudini degli italiani. Il modello commerciale è vincente. I marchi della moda si riuniscono in un unico agglomerato, un parco tematico che sostituisce]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Gli outlet village, fenomeno di grande successo e in costante espansione, stanno modificando il paesaggio e le abitudini degli italiani.<br />
Il modello commerciale è vincente. I marchi della moda si riuniscono in un unico agglomerato, un parco tematico che sostituisce il reticolo di vie e piazze cittadine ed i relativi negozi al dettaglio costituendone di fatto un surrogato, una versione esplosa a scala urbana dello shopping mall. </p>
<p>Il tema della progettazione degli spazi commerciali è stato certamente trascurato dall’architettura per così dire nobile, così come è stato sottovalutato il fenomeno del consumo e dello shopping. Oggi lo spazio pubblico riscuote molto meno successo del centro commerciale.<br />
E così come piccole Las Vegas fioriscono cittadelle dello shopping che assorbono immediatamente al loro interno anche le fisiologiche funzioni complementari: bar e ristoranti, parco giochi bimbi (dove parcheggiare i figli per muoversi in libertà tra i negozi), ma anche centri estetici e naturalmente servizio bancomat. E come Las Vegas si trasforma da oasi del gambling a città reale, così i village assumono progressivamente le sembianze di cittadine compiute.</p>
<p>«Se cercate una shopping experience unica» il Valdichiana outlet village vi aspetta vicino ad Arezzo. I 160 negozi del Franciacorta village invece si propongono «per appassionati di moda che vogliono essere chic senza prezzi shock».<br />
Il Fidenza village, che si auto definisce «chic outlet shopping» e promette un&#8217;«esperienza luxury a 360°», si impone come leader del settore fornendo tra l&#8217;altro: servizio navetta (luxury coach service) da Milano, Verona e Forte dei marmi, gift card, vip membership e app per iPhone. La shopping experience è totalizzante e include facilitazioni per escursioni nei dintorni.</p>
<p>Sorprende però che in quanto a linguaggio architettonico l&#8217;unica chiave interpretativa possibile sia quella ultracitazionista. Non c&#8217;è spazio per una versione contemporanea.<br />
Gli shopping plans riproducono l&#8217;impianto urbano di un borgo medievale con la composizione fitta di singoli edifici accostati a formare vicoli e strade che conducono ad una piazza centrale.<br />
Rispetto al Valdichiana, con le caratteristiche casette dai tetti a falda in coppi e tinte pastello, il Franciacorta ha un&#8217;impronta se possibile ancora più rustica, con le facciate in pietra a opus incertum e i suoi porticati in mattoni a vista.<br />
Passeggiando per il Fidenza village scopro invece che nelle scelte architettoniche si avvicina più ad una sorta di luna park dello shopping.<br />
Impianto simmetrico, ingresso quasi disneyano illuminato con arcata e timpano sovrastante fiancheggiato da due torrette simmetriche ai lati. All&#8217;interno un mix vorticoso di stili: archi e brize soleil arabeggianti, maioliche, ma anche imponenti colonnati egizi, passando per torri merlate e timpani neoclassici, fino alle immancabili casette rustiche tinta pastello.<br />
In questa versione edulcorata e caricaturale dello shopping center sembra non mancare proprio nulla. Se da una parte la mescolanza degli stili aiuta il marchio a distinguersi dal contesto, dall&#8217;altro può risultare penalizzante per la comunicazione dell&#8217;identità del brand. Qual è ad esempio il nesso tra un retail Armani e un tempio egizio?</p>
<p>Deve esserci qualcosa di rassicurante e insieme elettrizzante nel passeggiare in un borgo che, come un parco di divertimenti kitsch, mette in vetrina una sorta di campionario mondiale degli stili architettonici.<br />
Leggo (nel sito &#8220;the glam side of life&#8221;) che l&#8217;architettura del «Fidenza Village e&#8217; ispirata alle opere di Verdi».<br />
Ah, ecco il riferimento culturale che mi era sfuggito! Finalmente svelato l&#8217;arcano.</p>
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		<title>L’ aragosta arancio di Jeff Koons</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2014 11:08:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima mostra che chiuderà i battenti dello storico Whitney Museum di New York, prima del passaggio del testimone alla nuova sede disegnata da Renzo Piano nel Meat District nel 2015 sarà un tributo a Jeff Koons. Il miglior interprete vivente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>L&#8217;ultima mostra che chiuderà i battenti dello storico Whitney Museum di New York, prima del passaggio del testimone alla nuova sede disegnata da Renzo Piano nel Meat District nel 2015 sarà un tributo a Jeff Koons. Il miglior interprete vivente della cultura pop USA occuperà per l&#8217;ultima volta il Whitney con il suo universo ipercolorato, luccicante e superfluo.<br />
I prodotti di largo consumo diventano per Koons, come per gli artisti Pop, oggetto di attenzione e opere d&#8217;arte attraverso l&#8217;impiego di un linguaggio commerciale e pubblicitario che di fatto annulla il confine tra cultura alta e gusto kitsch popolare.<br />
Nel mondo incantato e infantile, dolciastro al limite del nauseante di Koons gli animali gonfiabili da spiaggia, rassicuranti e disneyani, sono i protagonisti assoluti e rappresentano al meglio la sua poetica.<br />
Non sono mai uscito indenne dal fascino perverso dei gonfiabili da mare appesi a grappoli all&#8217;ingresso degli stabilimenti balneari.</p>
<p>Nella hit parade popolare si posiziona al primo posto la superstar delfino, seguito a ruota da coccodrillo e tartaruga. Ma, se devo dire spassionatamente la mia, il vero fuoriclasse è l&#8217;aragosta. Intanto è arancione. E il colore fluo in acqua fa la differenza. Vuoi mettere l&#8217;effetto di una plastica arancio artificiale sulla superficie del mare rispetto al verde o al blu di un alligatore o di un delfino?</p>
<p>Del resto l&#8217;artista land art Christo non a caso aveva circondato i suoi atolli a Miami di polipropilene fucsia.</p>
<p>La &#8220;Lobster&#8221; di Koons in particolare è una citazione del telefono-aragosta di Dalí, le antenne ricordano i suoi celebri baffi. Ha una superficie lucida dalla tonalità rovente in fiamme giallo e oro, come un animale al rogo.<br />
JK realizza i suoi gonfiabili in acciaio inox specchiante con una tecnica industriale sofisticata  che riproduce le grinze e la leggerezza dei giocattoli in plastica. Ma i suoi pesano quintali. Questa tecnica, insieme all&#8217;alterazione della scala, produce un effetto di ambiguità e spaesamento che oscilla tra leggerezza e pesantezza, caducità e durevolezza, banalità e opera d&#8217;arte, creando una sorta di super souvenir-ossimoro.</p>
<p>Il primo coniglietto gonfiabile &#8220;Rabbit&#8221; è dell&#8217;86, i &#8220;Balloon Dogs&#8221; del &#8217;94. Koons descrivendoli ci parla di feste, infanzia, colore, semplicità, gioia.</p>
<p>Il Balloon Dog, dice, è estremamente ottimista, e poi è come noi: pieno d&#8217;aria, sembra quasi respirare. Ma soprattutto le superfici sgargianti dei Balloons sono riflettenti! Questo significa inserirsi in contesti unici e diversissimi tra loro riflettendo l&#8217;ambiente circostante e noi stessi, creando un dialogo surreale e stridente con l&#8217;intorno. I lavori di Koons divengono site-specific a seconda della mostra. Come per Versailles anche i suoi lavori rimangono in equilibrio tra classico e barocco: sono simmetrici e lucidi ma barocchi nella volontà di liberarsi dal rigore assoluto. «Credo che Luigi XIV si sarebbe divertito molto con le mie sculture» dice Koons.</p>
<p>La contestualizzazione dell&#8217;arte è un tema dibattuto, a volte l&#8217;allestimento in contesti fortemente distonici risulta molto stimolante.</p>
<p>Nel caso di Donald Judd ad esempio, che ha sempre privilegiato le installazioni permanenti e attribuito grande importanza all&#8217;equilibrio tra oggetto e spazio, devo ammettere che i suoi &#8220;Stacks&#8221; (le ripetizioni di scatole d&#8217;acciaio), ambientate nello sfarzo di Palazzo Grassi mi avevano sbalordito. Lo stesso posso dire di Koons. Potente e fiabesco il Dog sui tetti di New York, magico e fluttuante sul Canal Grande a Venezia davanti a Palazzo Grassi. Addirittura struggente tra i riflessi barocchi dei saloni dorati a Versailles.<br />
Divertimento e &#8220;riflessioni&#8221; ultra pop garantite, ma un po&#8217; costose: l&#8217;ultimo Balloon e&#8217; stato battuto a 58 milioni di euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Googie, bowling e Pronipoti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2014 12:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>
		<category><![CDATA[las vegas]]></category>
		<category><![CDATA[postmodern]]></category>
		<category><![CDATA[transistor]]></category>
		<category><![CDATA[Venturi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando il grande fotografo Julius Shulman percorrendo le strade di Los Angeles con il professor Doug Heskell vide il tetto in lamiera rossa del coffee shop Googie’s, disegnato da John Lautner nel ’49, fermò la macchina e definì per la]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Quando il grande fotografo Julius Shulman percorrendo le strade di Los Angeles con il professor Doug Heskell vide il tetto in lamiera rossa del coffee shop Googie’s,<span id="more-1279"></span> disegnato da John Lautner nel ’49, fermò la macchina e definì per la prima volta lo stile nascente: “questa è architettura Googie!”<br />
Lo stile Googie era il prodotto del clima di benessere del dopoguerra americano. Nel nuovo paesaggio urbano fatto di supermarket, car wash, coffee shop, motel, le nuove architetture commerciali erano realizzate per rispondere alle esigenze dell’automobilista. Erano per così dire edifici “car oriented”, nati per urlare la loro presenza e richiamare l’attenzione: la scala e i colori si adeguavano alla percezione in velocità.</p>
<p>Strutture leggere in acciaio liberavano lo spazio dai pilastri e venivano sormontate da tettoie aeree con grandi sbalzi. Vetrate diagonali mettevano l’interno in continuità con l’esterno. I neon rappresentavano la novità. Oltre ad illuminare le scritte sottolineavano le linee dell’architettura.<br />
Le grandi insegne erano packaging: illuminate di notte si fondevano con l’edificio divenendo esse stesse architettura, mentre l’edificio diveniva insegna.<br />
I coffee shop come i bowling degli anni ’50 erano lontani dai canoni e dalle proporzioni austere del modernismo. Il nuovo vocabolario suggeriva un futuro prossimo richiamando temi space age come stelle esplose, orbite, atomi, ameboidi e forme a fagiolo.<br />
Forse il più celebre esempio fu il coffee shop Ship’s Weswood del ‘58 di Martin Stern con la sua insegna a forma di razzo e l’assemblaggio audace dei materiali più disparati.<br />
Ma anche architetti di fama come Neutra e Lautner si cimentarono con successo con le architetture da strada come il drive-in e il coffee Dan’s a Glendale.</p>
<p>L’incontro del modernismo con la cultura pop americana, espressione di uno stile vernacolare e colorato, fu sempre guardato con diffidenza dai puristi. Robert Venturi, con i suoi studi su Las Vegas e lo sprawl, diede per primo dignità all’architettura che celebrava l’inclusione e il pluralismo piuttosto che l’esclusione.<br />
Nel mio immaginario il Googie style punteggia con i suoi cromatismi forti e le sue linee spigolose una lunga serie di cult movies. Dal coffee shop dove Tim Roth si prepara alla rapina in Pulp Fiction al magnifico bowling del Grande Lebowski in cui Jesus-Turturro sfida the Dude-Bridges. Passando per le ambientazioni spaziali e le invenzioni grafiche dei cartoni animati dei Pronipoti (the Jetsons) di Hanna e Barbera.</p>
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		<title>Eataly</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Feb 2014 10:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[Sulle ceneri del fu teatro Smeraldo risorge Eataly. L&#8217;operazione commerciale (anche culturale?) di Oscar Farinetti e&#8217; oggettivamente un successo planetario. Le sedi della catena alimentare, da New York a Tokyo, esportano la cucina made in Italy selezionando prodotti all&#8217;insegna della]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Sulle ceneri del fu teatro Smeraldo risorge Eataly.<br />
L&#8217;operazione commerciale (anche culturale?) di Oscar Farinetti e&#8217; oggettivamente un successo planetario. <span id="more-1363"></span>Le sedi della catena alimentare, da New York a Tokyo, esportano la cucina made in Italy selezionando prodotti all&#8217;insegna della diffusione della qualità e della degustazione slow.<br />
E di certo non e&#8217; colpa sua se un teatro storico milanese chiude i battenti. Anzi, se vogliamo, ha il merito di aver regalato nuova vitalità alla piazza ormai definivamente consacrata alla attività enogastronomica.<br />
Più discutibili le scelte architettoniche. Il logo Eataly campeggia enorme sulla facciata. Il grande affaccio vetrato inclinato parla il linguaggio degli anonimi centri commerciali dell&#8217;hinterland e in un attimo cancella il profilo austero dell&#8217;edificio disegnato da Alessandro Rimini nel&#8217;40. Entrati nell&#8217;ampio ingresso siamo subito costretti a muoverci controcorrente impallati dalla batteria di casse strette tra il corner di Vodafone e quello di Unicredit.<br />
Il pavimento in resina grigia mal si accorda con le colonne rivestite in tessere verdi (una reminiscenza del vecchio teatro?). Dall&#8217;alto calano inaspettati, come lapidi alla memoria, manifesti in bianco e nero dei cantanti che hanno reso celebre lo Smeraldo: Celentano, Mina, David Bowie&#8230;peraltro ancora tutti vivi e vegeti e in ottima salute.<br />
All&#8217;interno i piani del gigantesco food emporium si affacciano come le balconate del teatro sul vuoto dove galleggia sospeso il palco per i concerti (idea apprezzabile).<br />
Nella grande piazza centrale bancarelle di frutta e verdura con tettoie a capanna a righe bianco rosse riproducono i banconi dei mercati rionali. Per il ristorante del pesce tessere grigie e lampade blu, per quello della carne lampade rosse. Per tutti invece anonimi seggioloni di plastica trasparente. Poi in ordine sparso finiture un po&#8217; per tutti i gusti: pavimenti rustici in rovere, resine arancio, cemento, tavoli in legno, sedie multicolor.<br />
La piadineria riproduce &#8220;simpaticamente&#8221; le cabine degli stabilimenti balneari romagnoli a strisce bianche e blu, la gelateria alpina e&#8217; ovviamente tutta in legno grezzo. E la macelleria come altro avrebbe potuto essere rappresentata se non come riproduzione dell&#8217;archetipo della macelleria con il bancone in marmo sagomato bianco e grigio?<br />
In sintesi Eataly veicola nel mondo il buon cibo italiano proponendosi come selezionatore della qualità dimenticandosi però, almeno nella capitale del design Milano (la sede di New York e&#8217; decisamente più riuscita), di farsi portabandiera anche del made in Italy di qualità dell&#8217;architettura. Riducendo così la sua operazione ad una messa in scena di mere riproduzioni kitsch delle icone gastronomiche italiane ( la bancarella del mercato, la macelleria..). In un frullato misto di stili, materiali e colori senza alcuna cifra identificativa, senza mai compiere lo sforzo di una rilettura degli archetipi in chiave contemporanea.<br />
Da parte mia con rassegnazione prendo atto che il teatro in cui ho assistito ai memorabili concerti di David Byrne e di Keith Jarrett si è&#8217; ora reincarnato in un food mall kitsch in cui eventualmente posso mettermi in coda per provare il brivido di accaparrarmi la mozzarella Zizzona di Battipaglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #993300;">On the ashes of Smeraldo Theatre, Eataly comes to light. Oscar Farinetti’s commercial operation (and cultural as well?) is objectively a global success. The Headquarters of the food chain, from NYC to Tokyo, exports the “Made in Italy” cuisine, selecting products in the direction of quality and the Slow Food movement.<br />
It’s certainly not Farinetti’s fault that such an historical Milanese theatre shut down. If we want to be honest, he should be credited with giving a new vitality to the piazza where the theatre rose, now entirely devoted to food-and-wine activities.<br />
Controversial on the contrary are the architectural choices. Eataly’s logo stands out on the facade. The vast inclined glass view speaks the language of anonymous shopping malls in the hinterland and instantly cancels the austere profile of the building designed by Alessandro Rimini in 1940. Walking into the wide entranced we’re immediately forced to move ourselves upstream against the rows of cashiers squeezed in between Vodafone and Unicredit corner stores.<br />
The floor in grey resin doesn’t match the columns covered by green glass tiles (a vague memory of the old theatre?). Black and white posters of the singers who made the Smeraldo Theatre famous unexpectedly hang from above like commemorative stones: Celentano, Mina, Bowie&#8230; who are all still alive and kicking and in perfect health.<br />
Inside, the floors of the huge food emporium overlook like theatre galleries onto an empty space where a suspended concert stage hangs (appreciable idea). In the large central piazza, fruit and vegetables stalls with red and white striped gabled roofs reproduce counters of local markets. For the seafood restaurant grey glass tiles and blue lamps, for the meat restaurant red lamps. Everybody gets anonymous transparent plastic infant seats. Then, in no particular order, finishing touches for all tastes: rustic oak floors, orange resins, cement, wooden tables, chairs multicolor.<br />
The “piadineria” pleasantly reproduces the white and blue striped bathing-huts typical of Romagna beach resorts, the Alpine ice-cream parlour obviously in unfinished wood. And how else could the butcher shop have been represented if not other than the reproduction of the butcher shop archetype with grey and white checkered tile counters?<br />
In summary, Eataly spreads the best italian food in the world, introducing itself as a “quality selector”, but forgetting, at least in Milan, the capital of design (NYC headquarter is decisively better), to be the standard bearer of the “Made in Italy” as far as architecture is concerned. It reduces his the whole operation to be a sort of kitsch mise-en-scene of italian gastronomic icons (the market stall, the butcher shop…). A mixture of styles, materials and colours that don’t show any unifying element, and with no effort to reread the archetypes in a contemporary key.<br />
On my part, I note with resignation that the theatre where I attended unforgettable David Byrne and Keith Jarrett concerts is now reincarnated in a kitsch food mall where I hopefully get in line experience the thrill of grabbing mozzarella from Zizzona Battipaglia.</span></p>
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		<title>L’Odissea minimal di Bob Wilson</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Dec 2013 08:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>crldnt_admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torno dal Piccolo Teatro di Milano dove ho visto l’Odyssey di Bob Wilson e come sempre rimango incantato dalla magia della messa in scena, la rarefazione, la limpidezza delle immagini, ma soprattutto dall’uso magistrale della luce. La luce definisce le]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Torno dal Piccolo Teatro di Milano dove ho visto l’Odyssey di Bob Wilson e come sempre rimango incantato dalla magia della messa in scena, la rarefazione, la limpidezza delle immagini, ma soprattutto dall’uso magistrale della luce.</p>
<p>La luce definisce le forme quasi scolpendole nello spazio, sui fondali tersi si stagliano attori e oggetti ripuliti da ogni interferenza, netti, senza ombre.</p>
<p>Quella di Wilson è un’operazione sofisticata che produce sempre un risultato per così dire semplificato, ripulito dal non necessario.</p>
<p>Nella sua Odissea Wilson dice di aver voluto trasformare un’opera letteraria pesante in una narrazione leggera in cui rappresentare la luce blu e radiosa</p>
<p>che si porta ancora dentro dal primo viaggio ad Atene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mio primo incontro con Wilson è stato a Copenhagen nel 2000 dove rappresentava il Woyzeck con musiche di Tom Waits.</p>
<p>Restai folgorato dalla stupefacente rilettura dell’espressionismo tedesco, dai riferimenti alle figure di Kirchner e del movimento “Il Cavaliere Azzurro” con le loro tonalità calde e violente. Dagli abiti di scena dai tratti appuntiti e spigolosi che a me ricordavano anche i costumi futuristi di Balla e Depero.</p>
<p>Sui fondali delle scene inclinate,  proiezioni a trame geometriche sghembe e grafiche di grandi segnali, come a rappresentare il disorientamento dell’uomo. Nelle scene di Wilson gli attori sul palco si muovono con movimenti meccanici, come oggetti, diventando elementi astratti della scena con i loro volti bianchi illuminati da colori accesi.</p>
<p>Eppure un contesto di grande rigore e pulizia formale.</p>
<p>La sua poetica minimalista, in cui oggetti e attori sono considerati in modo paritetico, fa riferimento alle luci di Dan Flavin, alle installazioni di Donald Judd,</p>
<p>e per Wilson anche alle architetture di Louis Kahn e alla luce di Rembrandt.</p>
<p>Alla fine il minimalismo è l’ottenimento del massimo effetto spaziale ed emozionale con il minimo degli elementi architettonici.</p>
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		<title>American Supermarket</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2013 17:14:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[8thofmay.wordpress.com interview WILD CATS WALK LONGER Carlo Donati American Supermarket 1 Amare a tal punto l’America e poi andarci per respirarla con dolcezza, si potrebbe dire parafrasando Faber. Al punto di acquistare casa a Manhattan, a due passi da dove]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>8thofmay.wordpress.com interview <span id="more-1369"></span></p>
<p><strong>WILD CATS WALK LONGER</strong><br />
Carlo Donati American Supermarket<br />
1<img alt="011" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/011-300x266.jpg" width="300" height="266" /></p>
<p>Amare a tal punto l’America e poi andarci per respirarla con dolcezza, si potrebbe dire parafrasando Faber. Al punto di acquistare casa a Manhattan, a due passi da dove abitava John Lennon. La sua liaison con gli States Carlo Donati inizia a cucirla ai tempi del liceo, quando nella sua vita irrompono Jim Morrison e Allen Ginsberg. Anche se a 13 anni, quando mise sul piatto per la prima volta il vinile di Some Girls degli Stones, ancora non sapeva che quello sarebbe stato il momento che avrebbe influenzato profondamente la sua visione del mondo. Se incontri Mick Jagger e lo lasci entrare nelle vene, non è che poi il tipo non faccia i suoi “danni”.<br />
Architetto, una moglie, Silvia, giornalista, sposata nella strip di Las Vegas, da cui ha avuto Alessandro, un figlio che oggi ha nove anni, Donati fa una prima conoscenza professionale con gli States come consulente responsabile per l’architettura del gruppo Versace a New York, poi torna a Milano e apre il suo studio. Oggi si occupa di una marea di cose, tra cui la direzione artistica di una serie di società per cui realizza lavori a Parigi, Londra, Tokyo e Seul. E le sue produzioni fanno bella mostra sulle più autorevoli riviste del settore e su numerosi volumi in tutto il mondo.<br />
Da qualche tempo sul suo sito (carlodonati.it) coltiva la sua personale divulgazione della cultura US con appassionate e seducenti postcard. Mr Jagger e la musica dei british Stones non smettono di caricarlo, ma quelle cartoline ci fanno compagnia come brevi racconti di un’America che non ha mai smesso di abitare le nostre più libere visioni.</p>
<p><strong>Cosa resta oggi dell’idea di America per chi questa terra ha iniziato a conoscerla e amarla fin dai tempi d’oro di molte delle sue espressioni artistiche?</strong><br />
«Resta sempre l’idea di sfida, mettersi in gioco per farcela, affermarsi con i propri mezzi. Insieme al presupposto che il successo venga riconosciuto e apprezzato. Un sentimento semplice, forse naïf, ma di grande forza. Da noi invece il successo si tende a non perdonarlo.»<br />
<strong>Quali le voci di quel mondo che a tuo parere più di altre hanno segnato un’epoca uscendo anche dai confini prettamente US?</strong><br />
«Una quantità: Dylan, Kerouac, Brando, Miles Davis, Jim Morrison (!)… Te ne dico tre, una voce per genere: Elvis Presley perché ha influenzato generazioni di musicisti in tutto il mondo, grande presenza scenica; Andy Warhol, che ha cambiato il modo di intendere l’arte, resta il miglior interprete della cultura pop americana, Stanley Kubrick, probabilmente il più grande regista di sempre, certamente il più eclettico.»</p>
<p><img alt="sheep_meadow_c" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/sheep_meadow_c-300x225.jpg" width="300" height="225" />Sheep Meadow, NYC<br />
<strong>Qual è il tuo paesaggio americano?</strong><br />
«Ti scatto alcune polaroid: I mall di David Byrne in True stories, il deserto di Wenders in Paris, Texas, la Brooklyn di Spike Lee ma anche la Manhattan dolente della voragine post 9-11 de La 25ª ora, la strip di Las Vegas di Venturi. Amo la vecchia strip di Las Vegas, sono andato lì a sposarmi. Poi molti scatti newyorkesi: la mia 71 west a Manhattan da Riverside a Central Park. Il castello Dorilton, le brownstone con i bow-window, i Deli all’angolo open 24h. C’è un punto preciso a Sheep Meadow, il grande prato di Central Park, dove guardi lo skyline a sud e vedi scorrere un secolo di architettura americana. Dal French Reinassance del Plaza agli ziggurat e i tetti dorati dei grattacieli déco, le linee moderniste del Solow, il timpano post modern dell’At&amp;T di Philip Johnson, fino alle linee spezzate dell’Hearst di Foster.»<br />
<strong>Tra tutto il melting pot che anche nel tuo campo d’elezione gli americani hanno saputo creare, si può identificare uno stile architettonico più <em>born in</em> <em>the Usa</em> degli altri?</strong><br />
«Il tratto che distingue l’architettura americana a New York è il grattacielo déco. È la sua cifra più precisa. Dopo i palazzi in stile eclettico del primo ’900, lo zoning act del 1916 vincola lo sviluppo in altezza dei nuovi edifici alla realizzazione di arretramenti a terrazza per consentire alla luce di penetrare ai piani bassi. Nascono così i grattacieli a ziggurat dalle forme eleganti, con le decorazioni e i coronamenti geometrici, i ricercati rivestimenti in metallo cromato e ottone. Il Chrysler, l’Empire, il Rockfeller Center, ma anche i residenziali Majestic e Eldorado con affaccio sul parco. Sono loro che rendono inconfondibile Manhattan.»<br />
<strong>Rothko, Hopper, Pollock, Warhol, come dire: l’astratto, il figurativo e la serialità. Chi ancora oggi mostra il suo respiro più “da terzo millennio”?</strong><br />
«Ho amato Hopper, per me rappresenta la quintessenza del paesaggio e della luce statunitense, struggente, desolato. Warhol ha rivoluzionato il modo di fare arte. Artisti diversissimi tra loro ma che potevano essere solo “americani”. La scorsa estate sono stato alla casa studio di Pollock a Long Island. Ti sembra di vederlo ancora lì a colare i suoi smalti da imbianchino sul pavimento con i suoi dischi jazz, fantastico. Ma tutti e tre sono legati a un momento preciso della storia dell’arte, credo che invece Rothko sia senza tempo, sempre diverso, profondo, eterno.»<br />
<strong>«Non sono americano, sono newyorchese», era solito dire Willy De Ville. Conosci New York molto bene, vi abiti per parte dell’anno, quindi: perché un newyorchese può non dirsi americano?</strong><br />
«Be’, come dargli torto, è esattamente così. L’America conserva un animo fondamentalmente conservatore e tradizionalista, pieno di fascino ma lontanissimo da NY. Questa città io la chiamo l’astronave. Un’arca di Noè con il mondo a bordo in missione speciale. NY è l’unica vera metropoli multietnica. Per dire, a Londra hai sempre la sensazione di trovarti in Inghilterra, a Parigi sei in Francia, a New York non sei in America. Del resto se pensiamo ad alcuni illustri newyorkesi, Warhol era polacco, Rothko russo, Mies Van Der Rohe tedesco, De Niro italiano… Certo iper-competitiva, classista, sempre più inaccessibile, ma la scossa che provi a NY è unica. Entri subito in circolo, ti senti newyorkese dalle prime parole che scambi al primo bar in cui metti piede ed è una sensazione che non provi in nessun altro posto al mondo.»</p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/03-casa-dentro.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="03-casa-dentro" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/03-casa-dentro-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a> <a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/04-casa-fuori.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="04-casa-fuori" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/04-casa-fuori-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a></p>
<p><strong>Vivi a due passi da dove l’8 dicembre 1980 uccisero John Lennon. Se mai passi per il Dakota Building quando torni a casa ci scappa ancora l’occhio all’entrata?</strong><br />
« Appena arrivo a casa mollo le valigie e volo al parco. Entro a Strawberry Fields sulla 72 sotto il Dakota. Il Dakota è un simbolo, un castello che conserva un certo fascino sinistro.Rosemary’s Baby è stato girato lì. Quale migliore set per celebrare la nascita del figlio del demonio? Lo spirito ribelle di Lennon ti segue dalle finestre e ti accompagna nel parco.»<br />
<strong>Nelle tue postcard dedichi uno sguardo oserei dire commosso a quelle grandi, se non addirittura immense, costruzioni architettoniche che spesso spezzano strade che sembrano non avere fine. Lo stile Googie o architettura Googie. Cosa ti comunicano?</strong><br />
«Googie style è libertà sfrontata, coraggio, divertimento. Una sintesi tra la pragmaticità commerciale americana e la libertà espressiva che prende il modernismo e lo trasforma in un mondo supersonico e colorato senza regole. Venturi è stato rivoluzionario nel dare per primo dignità orgoglio e credito intellettuale allo sprawl (l’architettura spontanea, non progettata, nda) e alle insegne di Las Vegas.»<br />
<strong>Qual è il regista o il musicista che più di ogni altro sconfina nel campo dell’architettura?</strong><br />
«Parlando di Googie e dell’architettura on the road direi Tarantino. Ho trovato molto interessante la lettura pop comic con i colori primari di Dick Tracy di Warren Beatty. Se devo indicarne uno dico Tim Burton, che è anche il regista preferito di mio figlio Alex. Ti porta in un mondo visionario, fiabesco, assolutamente americano. Le villette pastello del paese conformista dove Edward ritaglia con le sue mani di forbice alberi-scultura sono magnifiche, com’è anche imperdibile la Gotham City del suo Batman.»<br />
<strong>Ogni tanto ho l’impressione che la gente nasca nel posto sbagliato. Prendiamo Mick Jagger. Sarà anche nato a Londra, ma mi sa tanto di americano mancato. Che idea ti sei fatto?</strong></p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/03-warhol-jagger-b.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="03-warhol-jagger-b" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/03-warhol-jagger-b-300x252.jpg" width="300" height="252" /></a></p>
<p>«Jagger è una figura complessa, per me l’icona rock più potente di sempre, insieme a Presley. Infinitamente innamorato di se stesso, ego incontenibile. Ma del resto, dico io, ma come fai a contenerlo ’sto ego se ti chiami Mick Jagger? Credo avrebbe venduto l’anima per essere un cantante nero della Louisiana ma in fondo immagino non gli dispiaccia essere diventato il più grande interprete bianco di blues della storia. Sempre conciliando la vita da rock star con un aplomb very british.»<br />
<strong>Lo stesso vale per Keith Richards?</strong><br />
«No Keith invece è only rock ‘n’ roll. Lui sì a suo agio con la sua chitarra on the road of the U.S. Se hai letto il suo Life, non puoi non volergli bene.»<br />
<strong>Riprendendo una frase di Freak Antoni per cui talvolta il fumo è meglio dell’arrosto, quando negli States il packaging è risultato migliore del sugo che ha contenuto?</strong><br />
«Premesso che Freak Antoni e la sua lucida follia ci mancano molto, nessuna città al mondo ha fatto meglio di Las Vegas in termini di packaging in rapporto al contenuto. Penso anche a Jeff Koons che in tema di confezioni se ne intende.»<br />
<strong>New York, Londra, Berlino, Barcellona: dove sta di casa oggi il fermento creativo?</strong><br />
«In Europa forse ancora Londra, ma ormai si sta spostando decisamente a est: a Mumbai, a Shangai. Il fermento creativo di New York si sta allontanando progressivamente da Manhattan, che sta diventando una città di élite che espelle man mano le avanguardie. Dopo Soho anche Il Meat District e Chelsea sono stati “manhattanizzati”, ora è il turno del lower east, l’ultima frontiera. Negli anni ’70 quando Lou Reed, David Byrne e i Ramones si esibivano al CBGB’s, Keith Richards ricorda che si udivano di frequente spari dalle finestre.»<br />
<strong>So che ami la letteratura di Philip Roth. Ci vuole uno sguardo ebraico per guardare alle cose con il distacco necessario per definirle più lucidamente?</strong><br />
«Di certo il punto di osservazione ebraico è interessante, forse perché parte compresso e imprigionato da regole e si trascina i guilty trips per tutta la vita, poi viene fuori con grande lucidità e trasgressione in Roth ma penso anche all’ironia sottile di Woody Allen.»<br />
<strong>Che ne pensi dell’operato di Obama?</strong><br />
«Obama è una rock star: postura, physique, voce. Ci sta provando, cito su tutto la riforma sanitaria. L’America aveva bisogno di un presidente come lui.»<br />
<strong>Mi dai una definizione degli States?</strong><br />
«In una parola, anzi in un numero: il ’900. Non so quanto incideranno negli anni 2000 ma nel secolo scorso hanno partorito in ordine sparso: il jazz, il blues, il rock ‘n’ roll, la cultura on the road, la beat generation, il grande cinema, le avanguardie artistiche dall’espressionismo astratto al minimalismo alla pop art. È nato lì il grattacielo, poi anche le Cadillac e i supereroi della Marvel. Mi pare abbastanza.»<br />
<strong>CARLO DONATI AMERICAN SUPERMARKET</strong></p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/05-donatis.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="05-donatis" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/05-donatis-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p><span style="color: #993300;">Loving so much America and going there to breathe it with delicacy, we could say just paraphrasing the italian musician Fabrizio De André. And choosing to buy an apartment near where John Lennon lived. Carlo Donati begins to create hisliaison with United States during the high-school years, when Jim Morrison and Allen Ginsberg burst into his life. Even if, when he is 13, playing for the first time the vynil of Rolling Stones’ Some Girls he doesn’t know yet that this is the moment that will deeply change his vision of the world. If you meet Mick Jagger and let him get into your veins, then you can’t ask the dude not to do great harm.</span><br />
<span style="color: #993300;"> Architect; a wife, Silvia, journalist, married at Las Vegas strip; a son, Alessandro, today nine year old, Donati’s first professional experience in the States is working as supervisor consultant for architecture of Versace group in New York, then he comes back to Milan and starts up a studio. Today he deals with a lot of stuff, among them the artistic direction of a series of companies for whom he realizes works at Paris, London, Tokyo and Seul. His outputs make the best impression on the most celebrated magazines of his branch and on a lot of volumes all over the world.</span><br />
<span style="color: #993300;"> For some time on his website (carlodonati.it) he’s been nurturing his personal publishing of US culture with passionate and attractive postcards. Mr Jagger and the music of the british Stones don’t cease to give him strenght, but those postcards keep company as short stories of an America that never stopped to dwell our freer visions.</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>What remains today about the idea of America for the ones who began to know and love this land since the golden age of some of its artistic expressions?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «It always remains the idea of the challenge, to put on the line to come through, to win with own means. Concurrently the premise that the success is appreciated and admired. A simple feeling, maybe naïf, but so strong at the same time. Here on the contrary we’re inclined not to forgive it.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>According to you, which of the voices of US universe stressed more than others an era leaving home boundaries?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «A whole bunch: Dylan, Kerouac, Brando, Miles Davis, Jim Morrison (!)… I want to quote three names, just one for genre: Elvis Presley, because he influenced generations of musicians all over the world, a great presence on the stage; Andy Warhol, who changed the way to interpret art, he’s still the best interpreter of American pop culture; Stanley Kubrick, maybe the greatest ever movie director, for sure the most eclectic one.»</span></p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/09-las-vegas.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="09-las-vegas" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/09-las-vegas-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a> Las Vegas<br />
<span style="color: #993300;"><strong>Which is your american landscape?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «I shoot you some polaroids: the malls in David Byrne’s True stories, the desert in Wenders’ Paris, Texas, Spike Lee’s Brooklyn, but also the mourning Manhattan of the tragedy post 9-11 in 25th Hour, Venturi’s Las Vegas strip. I love the old strip in Las Vegas, I got married there. Than a lot of newyorker shots: my 71 west in Manhattan from Riverside to Central Park. Dorilton castle, the brownstone with bow-window, the Deli at the corners open 24h. There’s a precise point at Sheep Meadow, the great lawn in Central Park, where you look at the south skyline and watch a century of american architecture flowing by. From the French Reinassance of Plaza to the ziggurat and the golden roofs of déco skyscrapers, the modernist lines of Solow, the post modern tympanum of Philip Johnson’s At&amp;T, to the broken lines of Foster’s Hearst.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Among the melting pot that the americans created in your job, is it possible to identify an architectonic style more born in the Usa than others?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «The feature that marks american architecture in New York is déco skyscraper. That’s its most exact code. After the multifaceted style palaces at the beginning of the ‘900, the 1916 zoning act limits the development in height of the new buildingsto fulfil recessed floors terracing which let the light penetrate into lower floors. Here it is ziggurat skyscrapers, with their elegant shapes, with decorations and geometric crownings, the refined covering in chrome-plated metal and brass. The Chrysler, the Empire, the Rockfeller Center, but also the residential Majestic e Eldorado that look out onto the park. They’re the ones that make Manhattan unique.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Rothko, Hopper, Pollock, Warhol, just to say: the abstract, the figurative, the serial. Which of them nowadays shows a third millennium breath?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «I’ve loved Hopper, according to me he represents the quintessence of American landscape and light, moving, abandoned. Warhol revolutionized the way to make art. Artists so different each other, but they only could be american. Last summer I went to the Pollock home-studio at Long Island. It seems you can see him still there while he’s draining his painter varnish on the floor all surrounded by his jazz records, it’s gorgeous. But all of them are linked at a precise moment of history of art. On the other hand I think that Rothko is timeless, always different, deep, eternal.»</span></p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/06-new-york.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="06-new-york" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/06-new-york-300x187.jpg" width="300" height="187" /></a> New York City<br />
<span style="color: #993300;"><strong>«I’m not american, I’m a newyorker», Willy De Ville used to say. You know New York so well, you live there part of the year, so: why a newyorker can consider himself not american?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Well, I understand De Ville. This is what it happens. Basically America preserves a traditionalist spirit, full of charm but so far away from New York as well. I call this town “the space craft”. A Noah’s ark with the whole world on board toward a special mission. NYC’s the only multiethnic metropolis. Just saying, when you’re in London you always get the sensation you’re in England, in Paris you’re in France, in New York you’re not in America. Moreover if we think of some eminent newyorker, Warhol was polish, Rothko russian, Mies Van Der Rohe german, De Niro italian… Of course, it’s super competitive, class, more and more inaccessibile, but the shake you get in New York is unmatched. Immediately you get in circle, you feel newyorker by the first words you spread at the first bar you get into and this is a sensation you don’t feel nowhere all over the world.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>You live so close to where on Dec 8th, 1980 John Lennon’s been killed. If you ever pass near the Dakota Building when you come back home, do you still give a look at the entryway?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «As soon I get home I leave suitcases down and fly to the park. I get into Strawberry Fields on the 72th, just below Dakota. Dakota is a symbol, a castle with a menacing appeal still remained. Rosemary’s Baby was shot there. Hws’s possible to imagine a better set to celebrate the birth of the devil’s son? Lennon’s rebel spirit follows you through the windows and leads you in the park.»</span></p>
<p><a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/06.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="06" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/06-211x300.jpg" width="211" height="300" /></a> <a href="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/car-wash.jpg" rel="lightbox[1369]"><img alt="car-wash" src="https://www.carlodonati.it/website/wp-content/uploads/2014/04/car-wash-202x300.jpg" width="202" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>In your postcards you give a moving glance to those big, if not even huge, architectonic buildings that often break roads that seem not to meet an end. Googie style or architecture Googie. What do they communicate to you?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Googie style is shameless freedom, courage, fun. A summary between commercial american pragmatism and the free expressiveness that takes modernism turning into a supersonic and colored world without rules. Venturi has been a revolutionary ‘cause he first gave dignity, proud and intellectual consideration to the sprawl and the banners of Las Vegas.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Which is the movie director or the musician who better than others digress towards architecture field?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Talking about Googie and on the road architecture, I’d quote Tarantino. I found his interpretation pop comic with primary colours of Warren Beatty’s Dick Tracy very interesting. If I must point out just one name I’d say Tim Burton, who’s also my son Alex favourite director. He leads you into a visionary, fairy world, absolutely american. All those pastel terrace houses of the orthodox hamlet where Edward carves out sculpture-trees with his scissorhands are terrific, just like it had been before unmissable his Batman Gotham City.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Sometime I get the impression people was born in the wrong place. Let’s take Mick Jagger. Ok he was born in London, but I consider him a missed american. What’s your idea about that?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Jagger is a complex personality, according to me the highest rock icon of history with Presley. Endlessly in love with himself, uncontrollable ego. But I ask: how is it possible to control your ego if you’re Mick Jagger? I guess he’d sell his soul to be a Louisiana black singer, but at the same time I think he doesn’t dislike he’s become the greatest white blues interpreter of all time. Always being careful to facilitate a rock style of life with a pure English aplomb.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>The same for Keith Richards?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «No Keith is only rock ‘n’ roll, instead. He feels at ease with his guitar on the road of the U.S. If you read his Life, it’s impossible you don’t feel love for him.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Quoting a sentence of Freak Antoni according whom sometime the smoke of a roast meat is better the roast meet itself, I ask you: in the States when has the packaging been better than the substance it held within?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Granted that I still miss Freak Antoni and his clear madness, there’s no city such as Las Vegas if we talk about packaging connected with its contents. I also think of Jeff Koons who as far as packaging is concerned he’s a real expert.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>New York, London, Berlin, Barcelona: where does the creative turmoil today live?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «In Europe maybe it’s still London the best, but now the wind is blowing to east: Mumbau, Shangai. Gradually New York’s creative turmoil is fading away from Manhattan, that now has become an elitist town that little by little is kissing off the various avant-gardes. After Soho, Meat District and Chelsea have been “Manhattanized” as well, now it’s Lowe East turn, the last frontier. On the Seventies, when Lou Reed, David Byrne and the Ramones played at the CBGB’s, Keith Richards reminds he frequently heard gunshot from the windows.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>I know you’re fond of Philip Roth’s literature. Do we need a jewish glance to look at the things with the necessary detachment to bring them into focus much clearly?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «For sure jewish point of view is interesting, maybe because it brings to life pressed and blocked by rules, it drags lifelong the guilty trips, then it comes out with a great clarity and transgression in Roth, but I’d add Woody Allen’s sharp irony as well.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>What do you think of Obama work?</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Obama is a rock star: posture, physique, voice. He’s trying to give it a shot, I quote the healthcare reform above all. America needed a president like him.»</span><br />
<span style="color: #993300;"> <strong>Give me a definition of US.</strong></span><br />
<span style="color: #993300;"> «Just in one word, rather in a number: 900. I don’t know how the States will have an influence on the 21th century, but on the latest one they created out of step: jazz, blues, rock ‘n’ roll, on the road culture, the beat generation, the great cinema, the artistic avant-gardes from expressionism to minimalism to pop art. The skyscraper was born there, then the Cadillac and Marvel superheroes. I think it’s enough.»</span></p>
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		<title>Interni &#8217;70 (con calciatore)</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Dec 2013 10:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mauro Bellugi e partner, in total red, posano ammiccanti sul &#8220;Lullaby&#8221;, il letto rotondo girevole bianco meringa con testata in pelle brandy disegnato da Luigi Massoni per Poltrona Frau nel &#8217;69. Il letto fluttua come un&#8217;astronave nello spazio di casa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p><strong>Mauro Bellugi e partner, in total red, posano ammiccanti sul &#8220;Lullaby&#8221;, <span id="more-1423"></span> il letto rotondo girevole bianco meringa con testata in pelle brandy disegnato da Luigi Massoni per Poltrona Frau nel &#8217;69. Il letto fluttua come un&#8217;astronave nello spazio di casa Bellugi tra moquette e pareti blu notte.<br />
Interni senape per Pietruzzo Anastasi strizzato in dolcevita pied de poule bianconera (ca va sans dire). Sedie in tubolare cromato curvo e pelle nera, lampada Arco di Castiglioni (un must) e chaise capitonne&#8217; in pelle simil &#8220;Camaleonda&#8221; di Bellini.<br />
Nei divertenti ritratti di coppia in interiors delle star del calcio italiano anni 70, pubblicati da corriere.it, Bellugi e Anastasi spiccano tra i colleghi per insospettabile sensibilità e passione per il design di tendenza.<br />
Si muovono in un solco più tradizionalista Franco Causio e Sandro Mazzola.<br />
Causio, &#8220;il barone&#8221;, sembra a suo agio in posa con moglie e enorme peluche giallo fluorescente che avrebbe fatto invidia a Jeff Koons. Tra tappeti persiani, mobili in stile, bar con collezione di amari, si nota, con un certo vezzo narcisistico, un poster dello stesso Franco Causio alla parete.<br />
Mazzola, in un apoteosi claustrofobica di legni modanati medievaleggianti, tavolo con fregi dorati e lampadario a goccia su sfondo verde alpi, sorride soddisfatto abbracciato alla moglie. Entrambi in camicia fantasia e gilet (rosa satin per lui) come due mascherine en pendant.<br />
Gianni Rivera sembra volersi distinguere elegantissimo al telefono su sofisticato divanetto capitonne&#8217; rosato con bordi bianchi.<br />
I ritratti ci raccontano del gusto e delle tendenze anni &#8217;70, ma anche della personalità delle allora star del pallone attraverso i capi indossati, le espressioni dei volti, gli accessori sparsi per casa. Mettendo a fuoco un mondo che oscilla tra il supertrendy e il kitsch più profondo e inconsapevole.</strong></p>
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		<title>Andy, Mick e lo Studio 54</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 11:13:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[New York, 1969. Mick Jagger scrive una lettera a Andy Warhol : “caro Andy sarei molto onorato se fossi tu ad occuparti della cover del nuovo LP degli Stones….hai carta bianca, fammi sapere quanto ti devo.” Andy fotografa in primo]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>New York, 1969. Mick Jagger scrive una lettera a Andy Warhol : “caro Andy sarei molto onorato se fossi tu ad occuparti della cover del nuovo LP degli Stones….hai carta bianca, fammi sapere quanto ti devo.” <span id="more-1242"></span>Andy fotografa in primo piano un paio di jeans con inequivocabile rigonfiamento in evidenza. Nella versione originale lo zip è autentico e apribile.<br />
Nasce così Sticky Fingers, una delle cover più celebri del rock.<br />
Naturalmente tutti pensano agli attributi di Mick, in realtà erano quelli di Joe Dallessandro, modello e compagno di Andy. In Spagna e in Russia la copertina viene subito censurata e sostituita, come pure il brano “Sister Morphine”.<br />
All’interno, insieme alla versione in mutande dello stesso modello, compare per la prima volta la linguaccia, il celeberrimo tongue and lip disegnato da John Pasche. John viene pagato 50 dollari e mette insieme la lingua della dea Kalì con le labbra di Mick, un connubio perfetto per rappresentare la connotazione sessuale e provocatoria della band.<br />
Warhol disegna cover per molti altri artisti, da Monk ad Aretha Franklin a Blondie. La più celebre resta la banana con adesivo sbucciabile per Lou Reed, nell’album dei Velvet Underground and Nico.</p>
<p>Nel ‘77 Andy schizza un disegno basandosi su 24 polaroid scattate agli Stones intenti a mordersi l’un l’altro. Sulle immagini, Mick si divertì a ripassare i profili con un pennarello. Divenne la copertina di “Love You Live”.<br />
Con la cover dell’album Warhol compie a mio avviso una perfetta operazione Pop: l’oggetto della rappresentazione è una pop-star, sulla foto in bianco e nero sovrappone bande di colore astratte fuori sincro, realizza così un suo tipico ritratto tra il figurativo e l’astratto, tra la riproduzione seriale e la manualità. La diffusione è enorme, ognuno può finalmente comprare un Warhol per pochi dollari.</p>
<p>Mick Jagger, la più potente icona rock del &#8217;900 insieme a Elvis, incontra a New York l’artista Pop più famoso del mondo. Mick, frontman carismatico e androgino, 250 milioni di dischi venduti, una sfilza infinita di donne, tra cui, in ordine sparso, Jackie Kennedy, Carla Bruni, Madonna, Uma Thurman e Angelina Jolie, e di uomini, David Bowie tra gli altri.<br />
Andy l’artista Pop più geniale e rivoluzionario. Nella sua Factory open 24h, dove stampa le sue serigrafie e produce i film, si ritrovano senza orario, musicisti, attori porno, drag queen, gli happenings terminano spesso in orge filmate dallo stesso Warhol. Lou Reed, Bob Dylan, Jim Morrison, Truman Capote, William Borroughs sono di casa.</p>
<p>Le notti newyorkesi dal ‘77 all’80 si passano allo Studio 54, il nuovo locale di Steve Rubell e Ian Schrager che in un vecchio teatro, tra luci strobo e mirror ball, vogliono garantire ogni sera la “festa più grande del mondo”. Jagger e Warhol sono ospiti fissi insieme a Liz Taylor, John Travolta, Lou Reed, David Byrne. E’ proprio lo scenario pirotecnico dello Studio con le nuove basi ritmiche della disco music e la sua commistione eterogenea di pop star e intellettuali underground a ispirare Jagger.<br />
Credo che la grandezza di Jagger consista anche nella sua poliedricità, il suo fiuto, la capacità di annusare e anticipare le tendenze, l’incredibile disinvoltura con cui scivola dal RnB al rock alla dance passando per il reggae mantenendo intatta la sua inconfondibile cifra. Negli anni dello Studio 54 vuole dimostrare di essere il n.1 anche nella dance. Nel ‘78 sotto l’influsso della dance music (e di altre sostanze non meglio precisate) Jagger scrive “Miss You” e l’album “Some Girls” diviene, con 6 milioni di copie, l’album più venduto della storia negli Stati Uniti. Lo Studio 54, che ha come simbolo una falce di luna imboccata da un cucchiaino di cocaina, è stato in assoluto il primo locale con orde di folla all’ingresso sottoposte a spietate selezioni. Nile Rodgers e Berard Edwards, gli Chic, dopo essere stati stoppati all’ingresso nella notte del capodanno ‘78, tornano a casa e compongono “Le Freak”.<br />
Bianca Jagger entra in pista a dorso di un cavallo bianco portato da un ragazzo completamente nudo, Debbie Harry (Blondie) esce sfinita bisbigliando: ‘non ricordo con quanti uomini ho fatto l’amore questa sera’.<br />
Polaroid dalla discoteca più sovversiva di sempre.</p>
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		<title>Le torte di Oldenburg</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Nov 2013 12:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Post-cards]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la Pop Art l&#8217;attenzione dell&#8217;artista si sposta su nuovi modelli e scelte tematiche: prodotti e beni di consumo di massa, bassi e popolari, divengono oggetto di interesse mettendo in discussione il concetto stesso di arte e operando un rovesciamento]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Con la Pop Art l&#8217;attenzione dell&#8217;artista si sposta su nuovi modelli e scelte tematiche: prodotti e beni di consumo di massa, bassi e popolari, divengono oggetto di interesse mettendo in discussione il concetto stesso di arte e operando un rovesciamento della gerarchia dei valori.<span id="more-1206"></span> Non si tratta semplicemente di trasformare il banale in arte ma di rendere l&#8217;arte stessa banale. L&#8217;arte con il pop diventa prodotto di massa.<br />
Claes Oldenburg riproduce oggetti quotidiani e cibi modificandone dimensioni e aspetto, attribuendo loro un nuovo significato attraverso l&#8217;ingigantimento, la deformazione e lo svuotamento della consistenza. Oldenburg effettua un&#8217;operazione critica verso il consumismo nella società americana in particolare focalizzandosi sui prodotti alimentari, diversamente da quanto accade ad esempio nella pittura sofisticata del contemporaneo Wayne Thiebaud dove, pur rappresentando gli stessi soggetti, le torte diventano puri elementi formali rappresentati con una tecnica pittorica che attribuisce grande attenzione agli aspetti compositivi e all’uso sempre diverso della luce.<br />
Impiegando tela, plastica e PVC, Oldenburg realizza caricature di cibi che assumono una nuova valenza scultorea: un cono gelato da 4 metri, un&#8217;enorme fetta di torta soffice, gelati da passeggio in morbido pelo si afflosciano sul pavimento. Una vetrinetta da pasticceria espone dolci dipinti con colori accesi, forti contrasti cromatici, citazioni ironiche delle sgocciolature tipiche del linguaggio dell&#8217;espressionismo astratto di Pollock. I prodotti non sono proposti per esaltare il sapore o la genuinità ma per le dimensioni, i colori e la loro accattivante estetica. L’estetica delle torte in effetti mi ha sempre attratto, ma poi finisce che te le mangi..così ho sparso per la casa torte di gesso, verdi, rosa, lampone. Restano lì come sculture sulle loro alzate, me le guardo. Il fatto è che nei dolci di Oldenburg l&#8217;effetto straniante delle enormi fette di torta in tela o delle pellicce fluo dei gelati, le sgocciolature espressioniste sui dolci, hanno sempre esercitato su di me un certo fascino. Come se delle sue cakes in qualche modo l’artista portasse a galla la quintessenza del gusto, ne svelasse l&#8217;anima più intima, trasportandole in un mondo onirico dove torte e gelati così deformati e ultra colorati diventano più che commestibili, perfino sexy.</p>
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		<title>La casa conformista</title>
		<link>https://www.carlodonati.it/la-casa-conformista/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Oct 2013 12:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra tutti i cliché possibili delle tipologie di architetture d&#8217;interni il ruolo principe spetta certamente alla casa rustica. E&#8217; difficile sfuggire al fascino irresistibile di questo evergreen: pavimento in cotto-mattone a vista-travi in legno. L&#8217;arredo, che accompagna fedelmente l&#8217;involucro, prevede]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>Tra tutti i cliché possibili delle tipologie di architetture d&#8217;interni il ruolo principe spetta certamente alla <em>casa rustica</em>.<span id="more-1223"></span> E&#8217; difficile sfuggire al fascino irresistibile di questo evergreen: pavimento in cotto-mattone a vista-travi in legno. L&#8217;arredo, che accompagna fedelmente l&#8217;involucro, prevede portoni modanati con maniglioni in ferro dal sapore medievale, ingombranti sedie che circondano un altrettanto massiccio tavolo in legno e le inevitabili pentole in rame appese alle pareti.<br />
La sindrome della casa rustica supercountry pare colpisca soprattutto gli abitanti dei centri urbani che trovano pace solo nella riproduzione artefatta del prototipo del casolare toscano.</p>
<p>La casa <em>etno-chic</em> nelle sue diverse interpretazioni, afro &#8211; provenzale &#8211; far east balinese (molto in voga), raccoglie comunque ottimi consensi.<br />
L&#8217;inserimento del pezzo di matrice etnica, sia esso la testiera del letto, la tenda o la scultura, non è naturalmente biasimabile di per se&#8217;, ma più frequentemente la casa finisce per assumere i tratti inconfondibili del santuario thai, calato con orgoglio magari nel contesto anni &#8217;60 di una ordinaria periferia cittadina.</p>
<p>Negli ultimi anni, a partire dal 2000, si fa largo con prepotenza la tipologia <em>minimal-barocco</em>.<br />
Gli interni minimal, espressione di modernità spesso tradotta in spazi desolati e asettici, vengono contaminati dall&#8217;inserimento di oggetti preziosi, spesso lampadari barocchi piuttosto che ricchi tendaggi e broccati o sedie in stile Luigi XV. E&#8217; espressione di un lusso ostentato che sembra dire : &#8221; minimal e moderno vabbe&#8217;, ma non vorrei vi sfuggisse che sono anche ricco..&#8221;.<br />
La rappresentazione dello status socio-economico passa inevitabilmente attraverso la mise en scène della casa.</p>
<p>La casa <em>istituzionale-borghese</em> segue un suo intramontabile schema: impianto preferibilmente simmetrico, citazioni classiche sparse qua&#8217; è la&#8217; (lesene, capitelli, fregi), tendaggi abbondanti e raccolti, gamma cromatica &#8220;alla frutta&#8221; tra il banana e il pesca, marmi nei bagni ( un must il travertino per lui e il rosa Portogallo per lei), cassettoni &#8217;800 addobbati con massicce dosi di foto in cornici argento, sfoggio di ultimi ritrovati in fatto di tecnologia audio video.<br />
Quando il regista Ferzan Ozpetek ha scelto come location per la dimora della cinica manager del suo &#8220;Cuore Sacro&#8221; la villa Casa a patio, progettata dal nostro studio, ha sentito la necessità di modificare gli arredi inserendo ampi divani classici, cassettoni e candelabri. Evidentemente la casa era sufficientemente algida e impattante ma non sufficientemente “status”.<br />
Allo stesso modo Paolo Virzì, dopo aver visionato la nostra villa LA Modern come location per la dimora dell&#8217;altrettanto cinico manager de &#8221; Il capitale umano&#8221;, ha preferito forse più saggiamente<br />
scegliere una villa decisamente più istituzionale e borghese con tanto di scala neo barocca all&#8217;ingresso.</p>
<p>Denominatore comune delle diverse categorie descritte è la riproduzione di un surrogato.<br />
Il copione prevede che ad ogni maschera corrisponda un preciso cliché. Il pubblico vuole sempre quello che già conosce. Alla radice, come sostiene Gillo Dorfles, c&#8217;è una volontà conscia o inconscia di mimetizzarsi con una tribù, una setta. Una forma di tribalismo conformista che maschera l&#8217;assenza di personalità. Il conformismo come morte dell&#8217;autenticità.</p>
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<p><span style="color: #993300;">Among all the possible stereotypes concerning the various typologies of interior design, the rustic house is in pole position. It’s hard to escape the irresistible appeal of this evergreen: terracotta floors &#8211; exposed brick – wooden beams. The decor which faithfully accompanies the housing includes moulded doors with iron doorknobs in medieval iron, bulky chairs that surround an equally massive wooden table and the inevitable copper pots hanging on the walls. </span></p>
<p><span style="color: #993300;">The syndrome of the super-country rustic house seems most of all to strike urban dwellers who only find peace in the the artificial reproduction of the Tuscan farmhouse prototype.</span></p>
<p><span style="color: #993300;">The Ethno-chic house in its different interpretations: Afro-Far East-Balinese (very fashionable) – Provençal/New Age (a controlled variation with a touch of modern minimalist content) gets public approval. Adding in the single piece of ethnicity,  whether it’s a headboard of a bed, window curtains or a sculpture, is not blameworthy in itself, but more often the house ends up assuming the unmistakable features of the thai shrine, proudly dropped into an ordinary urban setting, sometimes with a sixties context thrown in. </span><br />
<span style="color: #993300;">In recent years, since 2000, minimal-Baroque typology has made its way with vehemence. The minimalist interiors, an expression of modernity often translated into desolated and impersonal spaces, are contaminated by the inclusion of precious objects, such as Baroque chandeliers rather than rich curtains and brocades or chairs in the style of Louis XV. It’s an expression of a flamboyant luxury that seem to say: «Okay, minimalist and modern, but I don’t forget that I’m also rich…».The representation of the socio-economic status inevitably passes through the mise en scène of the house.</span><br />
<span style="color: #993300;">The institutional-bourgeois house follows its own timeless scheme: a structure preferably symmetrical, classic quotations scattered here and there (pilasters, capitals, friezes), heavy gathered drapes, chromatic “fruity” colors from banana to peach, marbled bathrooms (travertine for him and portugal pink for her), 18th century chest of drawers decorated with strong doses of photos in silver frames, a display of the latest discoveries in audio video technology.</span></p>
<p><span style="color: #993300;"> </span><span style="color: #993300;">When movie director Ferzan Özpetek chose Villa “Casa a patio” projected by our studio as the house for the cynical manager of his film “Cuore Sacro&#8221; , he felt the need to change the furniture placing by including wide classic sofas, chests of drawers and candlesticks. Apparently the house was icy enough and impressive but didn’t comunicate “status” enough.</span></p>
<p><span style="color: #993300;"> </span><span style="color: #993300;">Similarly Paolo Virzi, after viewing our villa &#8220;LA Modern&#8221; as the location for the home of the equally cynical manager of the film “Il capitale umano&#8221;, perhaps more wisely preferred to choose a villa decidedly more institutional and middle-class with a with a neo Baroque stairway in the entrance.</span></p>
<p><span style="color: #993300;"> </span><span style="color: #993300;">The script expects that each mask corresponds to a defined cliché. The audience always wants what it’s already familiar with. At the root, as Dorfles claims, there is a conscious or unconscious desire to blend in with a tribe, a sect. A form of tribalism that masks the absence of conformist personality. Conformism as the death of authenticity.</span></p>
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<p><span style="color: #993300;">&#8220;The super designer home risks in being not any less kitsch than the traditional one. Conformism of the anti-conformism can be sometimes more ridiculous and awkward than a normal and good-natured conformist because it presents a more snobbish connotation that the first didn&#8217;t have.&#8221; G.Dorfles</span></p>
<p><span style="color: #993300;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Transistor radio</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Sep 2013 10:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La prima è la Regency TR-1 del ’54. Red mandarin fiammante nella versione originale. Poi, un anno dopo, irrompe il modello TR-55 della giapponese Sony (che sceglie così un nome orecchiabile per il mercato statunitense). La radiolina a transistor, una]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>La prima è la Regency TR-1 del ’54. Red mandarin fiammante nella versione originale.<span id="more-1258"></span> Poi, un anno dopo, irrompe il modello TR-55 della giapponese Sony (che sceglie così un nome orecchiabile per il mercato statunitense).<br />
La radiolina a transistor, una specie di prototipo del telefono cellulare solo ricevente, è il primo esempio di tecnologia d’informazione portatile a grande diffusione.<br />
Oggi ormai un oggetto di modernariato e, per il mio personale divertimento, da collezione. Per quelli della mia generazione è indissolubilmente legato alla voce roca di Sandro Ciotti e alle sue radiocronache domenicali, interrotte dai colleghi dagli “altri campi”.<br />
La classica custodia in pelle sdrucita protegge la scocca in materiale plastico colorato realizzato con stampaggio a caldo.<br />
Il design, sulla falsariga del &#8220;Googie architecture style&#8221; &#8211; che negli anni Cinquanta negli Stati Uniti aveva dato un’impronta precisa ai coffee shop, ma anche alle auto e ai frigoriferi &#8211; riprende temi grafici space age: atomi, stelle, boomerang, razzi. I nomi &#8211; Mercury, Comet, Satellite, Aurora &#8211; evocano la nuova frontiera spaziale. Sui colori pastello fifty delle scocche in plastica, le griglie cromate degli altoparlanti rendono la radiolina a transistor preziosa come la carrozzeria scintillante di una Cadillac.</p>
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		<title>Sheep Meadow: a point of view</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Sep 2013 10:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<input class="jpibfi" type="hidden" ><p>C&#8217;e&#8217; un punto preciso a Central park, il mio punto di osservazione privilegiato di Manhattan.<span id="more-1270"></span> Ingresso a Strawberry Fields sulla 72st west sotto il Dakota building, il palazzo storico dove visse e di fronte al quale fu ucciso John Lennon, lo stesso dove Roman Polansky girò Rosemary&#8217;s baby. Arrivi sul grande prato di Sheep Meadow, ti fermi sotto gli alberi, guardi lo skyline verso sud e vedi scorrere un secolo di storia dell&#8217;architettura americana.</p>
<p>- All&#8217;angolo con Fifth Avenue lo stile eclettico French Reinassance dell&#8217;Hotel Plaza dell’architetto Hardenbergh, un castello del 1907 con il tetto verde a falde. Il Plaza, ora trasformato in apartment-building, è divenuto celeberrimo per i film ambientati nei suoi saloni e gli ospiti di riguardo, da Walter Matthau e Jack Lemmon, da Capote ai Beatles.<br />
- Sulla destra, sempre su Central Park South, l&#8217;inconfondibile insegna rossa dell&#8217;Essex House sul coronamento déco dorato disegnato da Frank Grad nel ’31.<br />
- Su Central Park West il profilo della doppia torre del Century Apartments di Irwin Chanin. Uno dei quattro edifici a 2 torri di NY realizzati negli anni Trenta con affaccio sul parco (insieme a Majestic, Eldorado e S. Remo). Il magnifico coronamento, che ricorda un elemento di architettura industriale, ha i tipici tratti déco a linee geometriche orizzontali e verticali. Sono questi i primi grattacieli in stile déco a uso abitativo. Rem Koolhas nel suo ‘Delirious New York’, teorizza che con la realizzazione dei primi grandi grattacieli che occupano l’intero isolato si affermi a New York la cultura della congestione. L’isolato viene cioè occupato da un&#8217;unica megastruttura che assorbe al suo interno tutte le funzioni della città.<br />
Dopo la costruzione del gigantesco Equitable Building (1915), con lo Zoning Act del ’16 le altezze dei nuovi edifici vengono vincolate alla realizzazione di arretramenti a terrazza per consentire alla luce di penetrare ai piani più bassi. La tipica forma a ziggurat degli edifici déco ne è una diretta conseguenza.</p>
<p>- Con un salto di oltre quarant’anni, la severa silhouette del Solow (dello studio S.O.M., 1974) svetta dalla 57st. Le sue vetrate nere incorniciate dalla pietra chiara definiscono una lastra curva che interrompe la monotonia del fronte stradale.<br />
- Sulla sinistra e&#8217; ben visibile il timpano interrotto di ispirazione neoclassica dell&#8217;AT&amp;T (ora Sony). Realizzato nell’87 da Philip Johnson, con il suo granito roseo e le sue citazioni palladiane, rappresenta un segno inconfondibile del suo tempo ed è probabilmente l&#8217;edificio che meglio di tutti ha rappresentato lo spirito Postmodern.<br />
- Dal 2006, fa ormai parte integrante dello skyline la Hearst Tower di Norman Foster su Columbus Circle. La sua sagoma spezzata, chiamata &#8220;diagrid&#8221;, in vetro e acciaio sormonta un basamento che risale al 1928. La Hearst rappresenta la nuova generazione di edifici sensibili al risparmio energetico e all&#8217;impiego di materiali riciclati. Una curiosità: pare che il progetto per la pulizia dei vetri inclinati sia stato molto più complesso dell’edificio stesso, facendo arrovellare un team di ingegneri per ben tre anni.<br />
- E&#8217; ora in costruzione, ma già visibile dal parco, il profilo esile di One 57 di De Port Zamparc, con appartamenti in vendita a prezzi stratosferici.<br />
Si prevede che i prossimi grattacieli vista parco saranno puntiformi, con la pianta stretta per occupare meno suolo e a grandissimo sviluppo verticale, come il 432 Park progettato da Vinoly.</p>
<p>Dal mio punto di vista questo e&#8217; lo skyline più bello di Manhattan, perché spunta maestoso dietro le chiome degli alberi del parco e perché ci racconta in un attimo la storia dell&#8217;architettura newyorkese. Ma non affezionatevi troppo. Com’è nella logica di NY la magia consiste nel fatto che qui niente e&#8217; mai stabile e permanente (e quindi rassicurante) ma tutto muta in continuazione. Del resto l’Empire State è stato costruito sulle ceneri del Waldorf Astoria che, poi, si è a sua volta reincarnato su Park Avenue sotto forma di grattacielo multifunzionale. Con la sua voracità Manhattan espelle le tradizioni e inghiotte i punti di riferimento. La demolizione e la resurrezione e&#8217; il tratto distintivo di NY, l&#8217;essenza stessa del manhattanismo.</p>
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